domenica 2 febbraio 2014

Korobeiniki

Probabilmente nessun videogame può vantare il successo di Tetris, il rompicapo ideato nel 1984 dall'ingegnere sovietico Alexey Leonidovich Pajitnov. Anche per quanto mi riguarda, credo di aver trascorso letteralmente settimane della mia vita a giocarci (ma forse esagero...). Ricordo che acquistai la mia prima versione, su cassetta per il Commodore 64, a Londra, al Virgin Megastore presso Marble Arch; più tardi ne distrussi letteralmente una versione tascabile nel corso di un interminabile "corso di ripetizione" nella gelida S-Chanf; ci ho giocato nei bar, su due telefonini Ericsson, su due iPhone, sull'iPad e online. Ma continuo a ritenere insuperata la versione per il Gameboy originale, con il martellante arrangiamento di Korobeiniki in sottofondo (ascolta qui, qui, qui e qui); ci ho giocato ancora poche ore fa: incredibile ma vero, dopo 23 anni il mio primo GB funziona ancora.
Un passatempo di natura geometrica come Tetris non poteva certo sfuggire all'attenzione dei matematici (anche grazie alla natura un po' nerd di questi ultimi); in effetti, non è difficile reperire in rete alcuni studi che prendono il gioco terribilmente sul serio. Heidi Burgiel, in How to Lose at Tetris, mostra che quasi tutte (in senso probabilistico) le partite di Tetris si concluderanno con una sconfitta, partendo dal fatto che una partita consistente esclusivamente di tetramini alternativamente a forma di Z e di S terminerà al massimo dopo la discesa di 69600 pezzi. In Tetris is Hard, Even to Approximate, invece, Erik Demaine, Susan Hohenberger e David Liben-Nowell analizzano la versione deterministica del gioco (dove la sequenza dei tetramini è nota a priori), riuscendo a dimostrare tra l'altro che i problemi "massimizzare il numero di righe", "massimizzare il numero di pezzi collocati" e "massimizzare il numero di tetris" sono tutti NP-completi.

sabato 25 gennaio 2014

Matematica e baseball

In mano ad un autore (o ad un'autrice) capace, anche il cliché del "matematico problematico" può dar vita ad un'opera riuscita. È il caso del romanzo La formula del professore, della pluripremiata scrittrice giapponese Yoko Ogawa. Protagonista della vicenda è un anziano professore di matematica che, in seguito ad un incidente stradale, perde la capacità di trattenere i nuovi ricordi per più di 80 minuti, mantenendo però la memoria dei fatti antecedenti all'infortunio. Inaspettatamente sarà la matematica (assieme al baseball) il mezzo che gli permetterà di aprire un canale di comunicazione con la sua governante e il figlio di quest'ultima. Il racconto è costellato da matematica "vera": numeri primi, perfetti, amici, triangolari sono alla base di molte tra le interazione tra i protagonisti (la Ogawa, tra l'altro, è co-autrice, con la matematica Masahiko Fujiwara, di un dialogo/saggio sulla bellezza nella matematica, non ancora tradotto dal giapponese). Interessante è anche l'inclusione delle cosiddette coppie Ruth-Aaron, una sorta di ponte tra le due passioni dei protagonisti: si tratta delle coppie di numeri consecutivi le cui somme dei fattori primi si eguagliano (come (5, 6), (77, 78), (714, 715) e (5405, 5406), provare per credere), così battezzate in onore del numero di fuori campo battuti in carriera rispettivamente da Babe Ruth (714) e Hank Aaron (715).

sabato 18 gennaio 2014

Un computer da 35$

Sto scrivendo questo primo post del 2014 (ah, a proposito, felice Anno Nuovo a tutti e tre i miei lettori!) con il mio nuovo Raspberry pi modello B, un single-board computer da 35$ sviluppato dalla fondazione omonima con lo scopo di ricreare quello spirito pionieristico che, negli anni '80, aveva dato un impulso fondamentale all'evoluzione dell'informatica (qualcuno ricorda lo ZX Spectrum e il Commodore 64?). Ovviamente con i 35 dollari ci si acquista la sola scheda, alle cui numerose uscite vanno poi collegati alimentatore, monitor (HDMI, addirittura), tastiera, mouse, dongle wi-fi (un hub USB è quasi indispensabile, vista anche la poca potenza erogata dalle uscite) e soprattutto la carta SD su cui installare il sistema operativo (una variante di Linux). Tra l'altro, al primo avvio (a dire la verità al secondo, visto che ho dovuto riformattare la scheda dopo un maldestro tentativo di installare LaTex) ho avuto la piacevole sorpresa di trovare sul Desktop l'icona del CAS Mathematica, fornito gratuitamente con l'OS Raspbian assieme ad una versione preliminare del nuovo linguaggio Wolfram. In effetti, come indica qui nel suo blog, Stephen Wolfram intende supportare attivamente la missione didattica della fondazione Raspberry.
Sul Raspberry in rete si trova già un po' di tutto (basta guardare ad esempio qui). Per quanto mi riguarda, spero che le mie nuove attività mi lascino il tempo per giocherellarci almeno un po'...

lunedì 9 dicembre 2013

A feeling of power

Ho menzionato un paio di volte il racconto The Feeling of Power, di Isaac Asimov, la storia di un'umanità che riscopre il calcolo mentale. Per caso, ieri mi sono imbattuto in una sua versione filmata (amatoriale), diretta da tale Richard North e postata su YouTube da uno dei suoi interpreti, Daniel Gennis. Eccola, ma con un'avvertenza: il finale è molto più splatter rispetto al racconto originale, ed è sconsigliato ai più sensibili.

domenica 8 dicembre 2013

Quattro libri...


Quattro libri, letti negli ultimi mesi, in ordine di gradimento:
  • Mathenauts. Chi meglio di Rudy Rucker poteva documentare con un'antologia le contaminazioni tra matematica e Science Fiction? Il libro, uscito nel 1987 e oggi difficilmente reperibile, contiene una scelta di racconti di autori più o meno noti, dal celeberrimo The Feeling of Power di Asimov (vedi anche qui), al Messaggio trovato in una copia di Flatland dello stesso Rucker, passando per altri autori molto noti della SF (Niven, Sheckley, Pohl, Watson, Benford) e per altri meno noti, come Norman Kagan, il cui racconto dà il titolo al libro (senza dimenticare Martin Gardner e Douglas Hofstaedter).
  • Abbasso Euclide! Già il titolo ci fa capire che, con il terzo volume della sua storia della geometria, Piergiorgio Odifreddi è finalmente giunto al periodo (per me, almeno) più appassionante, quello in cui la disciplina ha cessato di essere ossessionata dalla riga e dal compasso, liberandosi dalle costrizioni imposte dal postulato delle parallele. Ma, come ci fa notare il frontespizio, anche da una geometria rigidamente legata agli aspetti logici e più libera anche nella rappresentazione degli oggetti studiati (abbasso pure Hilbert, quindi). Difatti il libro abbonda di illustrazioni: opere d'arte (da El Greco a Hokusai a Jackson Pollock), fotografie dei protagonisti, locandine pubblicitarie, frattali, immagini tridimensionali, tutte volte a meglio far comprendere le nuove geometrie sorte nel corso degli ultimi due secoli, per concludere con la "spallata" data da Kurt Gödel al programma Hilbertiano. Interessante anche l'appendice, una "divagazione artistica" dedicata all'uso che l'arte ha fatto, nei secoli, dei concetti geometrici che si stavano via via imponendo.
  • La gioia dei numeri (titolo molto, ma molto meno intrigante dell'originale The Joy of x), del matematico statunitense Steven Strogatz. Un "tour guidato", come recita il sottotitolo inglese, attraverso quella che è sostanzialmente la matematica liceale (e un po' oltre), descritta senza far praticamente uso dei formalismi classici. Non un libro di testo, quindi, ma un'eccellente libro divulgativo, di sicuro interesse anche per l'insegnante. Tra l'altro, all'assenza del rigore proprio di un'opera di matematica sopperiscono i rimandi commentati situati in coda ad ognuno dei capitoletti. Credo che anche questo blog potrà trarne profitto.
  • La serie di Oxford. Simon Singh, qui, mostra di aver gradito il romanzo del matematico e scrittore argentino Guillermo Martinez, parlando di un "potente cocktail" di matematica e mystery. A me, francamente, il cocktail non è piaciuto granché: l'autore ci versa una storia tutto sommato lineare (con l'irrinunciabile colpo di scena finale), un po' di matematica "vera", qualche aneddoto celebre (la vicenda si svolge nelle settimane in cui Wiles annunciava la prima versione della sua dimostrazione) e i Sette piani di Buzzati, ma non riesce, a mio parere, a "shakerare" il tutto a dovere. Prima o poi darò anche un'occhiata al lungometraggio con Elijah Wood e John Hurt tratto dal romanzo.