Già, chissà cosa si erano detti, Bohr e Heisenberg, in quel giorno di settembre del 1939, quando quest'ultimo, esponente di punta della fisica nucleare tedesca, si era recato in visita dal suo vecchio mentore in una Copenhagen occupata dai nazisti. Nessuno lo saprà mai veramente, ma da quel giorno i rapporti tra i due si incrinarono definitivamente. È il tema portante della pièce Copenhagen, di Michael Frayn, magistralmente interpretata negli scorsi giorni sul palco del LAC di Lugano e del Teatro di Locarno da Umberto Orsini (Bohr), Massimo Popolizio (Heisenberg) e Giuliana Lojodice (Margarethe Bohr) (io l'ho vista sabato sera a Lugano, in una sala purtroppo non gremitissima). La trama è presto riassunta: all'interno di una sorta di aula universitaria, dalle pareti ricoperte di formule matematiche, in un luogo senza tempo, gli spiriti dei tre rievocano il fatidico incontro, rivivendolo e reinterpretandolo in più modi, confrontando i rispettivi punti di vista e, nel caso di Heisenberg, cercando di giustificarsi per le scelte fatte di fronte al "papa" della fisica teorica, cercandone disperatamente l'approvazione. Frayn appare forse un po' troppo indulgente nei confronti del tedesco, anche alla luce di rivelazioni emerse proprio in seguito al dibattito riaccesosi grazie al successo della pièce, in particolare contenute nelle bozze di una lettera di Bohr destinata a Heisenberg, mai spedita, che smentiva le voci secondo cui Heisenberg avrebbe volutamente rallentato il programma nucleare tedesco. Tra i due, sarebbe poi stato il danese a contribuire in modo determinante allo sviluppo definitivo dell'arma atomica, in seguito alla sua fuga dalla Danimarca occupata e alla sua adesione al progetto Manhattan.
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venerdì 9 febbraio 2018
Chissà cosa si erano detti?
Già, chissà cosa si erano detti, Bohr e Heisenberg, in quel giorno di settembre del 1939, quando quest'ultimo, esponente di punta della fisica nucleare tedesca, si era recato in visita dal suo vecchio mentore in una Copenhagen occupata dai nazisti. Nessuno lo saprà mai veramente, ma da quel giorno i rapporti tra i due si incrinarono definitivamente. È il tema portante della pièce Copenhagen, di Michael Frayn, magistralmente interpretata negli scorsi giorni sul palco del LAC di Lugano e del Teatro di Locarno da Umberto Orsini (Bohr), Massimo Popolizio (Heisenberg) e Giuliana Lojodice (Margarethe Bohr) (io l'ho vista sabato sera a Lugano, in una sala purtroppo non gremitissima). La trama è presto riassunta: all'interno di una sorta di aula universitaria, dalle pareti ricoperte di formule matematiche, in un luogo senza tempo, gli spiriti dei tre rievocano il fatidico incontro, rivivendolo e reinterpretandolo in più modi, confrontando i rispettivi punti di vista e, nel caso di Heisenberg, cercando di giustificarsi per le scelte fatte di fronte al "papa" della fisica teorica, cercandone disperatamente l'approvazione. Frayn appare forse un po' troppo indulgente nei confronti del tedesco, anche alla luce di rivelazioni emerse proprio in seguito al dibattito riaccesosi grazie al successo della pièce, in particolare contenute nelle bozze di una lettera di Bohr destinata a Heisenberg, mai spedita, che smentiva le voci secondo cui Heisenberg avrebbe volutamente rallentato il programma nucleare tedesco. Tra i due, sarebbe poi stato il danese a contribuire in modo determinante allo sviluppo definitivo dell'arma atomica, in seguito alla sua fuga dalla Danimarca occupata e alla sua adesione al progetto Manhattan.venerdì 1 maggio 2015
Sei facili, sei meno
Probabilmente Richard Phillips Feynman (1918-1988) ha rappresentato nella seconda metà del XX secolo quello che Albert Einstein aveva rappresentato nella prima: una figura di ricercatore di altissimo livello assurto a vera e propria icona del mondo scientifico (il coccodrillo del NY Times lo definisce the most brilliant, iconoclastic and influential of the postwar generation of theoretical physicists). Di lui si ricordano, fra le altre cose, la partecipazione al progetto Manhattan (che ha ispirato Jonathan Hickman, autore dell'irriverente fumetto ucronico statunitense The Manhattan Projects da cui è tratta la tavola a fianco) e in quest'ambito la formula di Bethe-Feynman, i diagrammi di Feynman, le Feynman Lectures, il Nobel nel 1965 e il ruolo avuto nell'ambito dell'inchiesta successiva al disastro del Challenger (vedi anche qui).
Ispirato dal libro di Carlo Rovelli, ho finalmente letto da cima a fondo Six easy Pieces (Sei pezzi facili) e Six Not-So-Easy Pieces (Sei pezzi meno facili), i due volumetti che raccolgono le parti meno tecniche e più accessibili delle celebrate Lectures, il tentativo fatto dal fisico statunitense al Caltech agli inizi degli anni '60 di cambiare l'approccio didattico alla fisica: oggi potrà sembrare scontato, ma l'idea di insegnare con un occhio rivolto sia agli studenti più acuti che a quelli meno dotati cinquant'anni fa rappresentò certamente una piccola rivoluzione. E, nonostante il bilancio in chiaroscuro dello stesso Feynman alla luce dell'esito degli esami ("I don't think I did very well by the students"), l'insegnamento universitario della fisica deve tuttora molto ai suoi sforzi.
Il primo dei due volumetti è, volutamente, il più accessibile: a un geniale primo capitolo dedicato alla teoria atomica fanno seguito tre lezioni sulla fisica classica, inframmezzate da una digressione sui rapporti con le altre scienze, per terminare con un'introduzione alla meccanica quantistica. Il secondo volume, forse più impegnativo ma certo non meno appassionante, introduce innanzitutto alcune nozioni di matematica (simmetria e vettori) necessarie per proseguire con la lettura dei capitoli dedicati alla fisica di Einstein: tre lezioni, dedicate alla relatività ristretta, raggiungono un moderato grado di approfondimento mentre l'ultima, che si spinge fino alla curvatura dello spazio-tempo, risulta per ovvi motivi più superficiale.
A questo punto sarei quasi tentato di tirar giù dallo scaffale alle mie spalle l'edizione integrale delle Lectures, di cui i due libri rappresentano solo un assaggino. Ma temo che questa non sia la stagione adatta per dedicarmi ad una tale impresa...
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